Premettiamo una cosa FONDAMENTALE: noi non siamo complottisti, né atlantidei, né terrapiattisti. Cerchiamo di trovare — E FARVI TROVARE — spiegazioni date, forse, anche da altri, ma in modo scientifico e logico, MA FUORI DAGLI SCHEMI. È così che il mondo ha sempre progredito: grazie a qualcuno che ha avuto il coraggio di dire, fare e pensare cose in modo diverso dal comune sapere del proprio tempo.
In questo articolo avremo bisogno di voi più del solito, perché noi VERAMENTE non abbiamo uno straccio di spiegazione.
In realtà qualcosa abbiamo: la voglia e la curiosità ENORME di scoprire la verità che, secondo noi, ci porterà laddove “osano le aquile”, dove oggi non è neanche possibile dare il minimo indizio, perché è ancora ESAGERATAMENTE TROPPO PRESTO!
Una cosa però vogliamo anticiparvela: noi conosciamo forse un milionesimo di quello che in realtà dovremmo sapere, e molto di quello che pensiamo di sapere È SBAGLIATO. Adesso queste mie parole non vi diranno niente, ma provate nel tempo — se sarete abbastanza coraggiosi da seguirci — a mettere insieme il puzzle che questo blog ha intenzione di risolvere, e vedrete cosa apparirà.
Oggi scriveremo di cose di cui avete già sicuramente sentito parlare, ma le abbiamo scremate dai falsi storici che girano. Vi parleremo anche di falsi che forse non sono totalmente “falsi”, ma all’inizio ci concentreremo su quello che la scienza attuale reputa realmente “OUT OF TIME”.
Quello che scriviamo è tutto dimostrabile, MA NON TROVERETE MOLTE DI QUESTE COSE SU WIKIPEDIA… Altrimenti a cosa vi serviremmo? Noi vi serviamo anche per sapere PIÙ COSE DEGLI ALTRI!
Ed ora passiamo all’articolo vero e proprio. Scriveremo di 9 oggetti che NON AVREBBERO DOVUTO ESISTERE AL LORO TEMPO. In questo articolo parleremo dei primi tre: La Macchina di Antikythera, La Coppa di Licurgo e Il Dodecaedro Romano.
1) ANTIKYTHERA – Il computer del relitto
Uno strumento UNICO nel suo periodo, che non avrebbe dovuto esistere per almeno altri 1500 anni!
Dicono sia il computer più antico del mondo, ma in realtà, secondo noi, è più un planetario tascabile. Nel 1900, alcuni pescatori di spugne di Simi trovarono un relitto in cui, l’anno successivo, sarebbe stato rinvenuto quello che poi venne chiamato “Il Meccanismo di Antikythera” (chiamato così perché il relitto si trovava davanti all’isola di Antikythera, un piccolo isolotto tra Creta e Citera).
Per anni gli studiosi hanno pensato fosse solo un pezzo di ferro arrugginito, grande più o meno come una scatola da scarpe (30 x 20 x 10 cm). Al suo interno c’è una sorta di manuale d’istruzioni inciso in greco, composto da circa 2.000 lettere.
La data di costruzione calcolata dal museo di Atene (dove si trova oggi) è stimata tra il 100 e il 150 a.C.: avrebbe quindi circa 2.150 anni. La nave su cui viaggiava verso Roma affondò invece tra il 60 a.C. e il 70 a.C.
Uno studio del 2022 (arXiv:2203.15045) condotto da tre ricercatori del Club Astronomico di Salonicco (Voulgaris, capo progetto, Mouratidis e Vossinakis) ha calcolato il “giorno zero” del macchinario: il 23 dicembre 178 a.C. Pare una data scelta volutamente, poiché quel giorno coincideva con l’eclissi solare anulare più lunga mai osservata, il solstizio d’inverno e l’inizio della festa di Iside. Iniziavano così i 4 giorni più importanti dell’anno: Iside che piange la morte di Osiride prima della sua resurrezione (un po’ come la nostra Pasqua e il nostro Natale insieme) e il capodanno egizio astronomico.
A quei tempi anche i greci erano un po’ egiziani: quando Alessandro Magno conquistò l’Egitto, i suoi generali (i Tolomei) diventarono faraoni greci. Il meccanismo proviene infatti quasi sicuramente da Rodi, dove si parlava greco ma si celebravano anche le festività egizie.
È stato ritrovato solo un terzo dell’intero congegno, suddiviso in 82 frammenti di bronzo arrugginito. Dentro il frammento più grosso ci sono ben 27 ingranaggi. È stato ricostruito nel migliore dei modi, ma due terzi del meccanismo si sono sbriciolati o si trovano ancora in fondo al mare.
Vedete come siamo fatti? Scriverei un libro su quest’oggetto, ma mi devo fermare. Per chi volesse approfondire… Basta Chiedere e vi risponderemo!
2) LA COPPA DI LICURGO
È una coppa romana del IV secolo d.C. ed è visibile nella sala 41 del British Museum. Hanno posizionato una luce al suo interno appositamente: vista da fuori appare verde giada, ma illuminata dall’interno diventa rosso rubino. Pensate che è l’unica coppa di questo tipo (detta “di diatreta”, ossia con la gabbia esterna intagliata) arrivata fino a noi intera: le altre sono tutte in frammenti.
Era un bicchiere da banchetto, o forse vi versavano olio per usarla come lampada e creare un effetto “magico” davanti agli ospiti. Dentro il vetro, i romani (probabilmente senza saperlo) hanno intrappolato delle nanoparticelle d’oro e argento di 50 nanometri: la stessa tecnologia che usiamo oggi per i filtri ottici!
Sulla coppa è rappresentato il mito di re Licurgo che, per aver cacciato il dio Dioniso e imprigionato le Menadi, fu intrappolato dai tralci di vite. Il re tentò di liberarsi tagliando i tralci con una scure, ma più tagliava, più la vite lo stringeva fino a ucciderlo.
Ma il vero miracolo è il vetro stesso. Come facevano gli antichi romani a dosare l’oro e l’argento a livello atomico 1600 anni fa? Non si sa dove sia stata per oltre sedici secoli: spunta a Parigi per la prima volta nel 1845, finisce poi nelle mani dei Rothschild e nel 1862 Lionel de Rothschild la presta per una mostra al Victoria and Albert Museum, per poi sparire di nuovo per quasi novant’anni (tenuta in casa come soprammobile privato). Solo nel 1958 Victor Rothschild la vendette al British Museum per 20.000 sterline, all’epoca una cifra enorme per un vaso.
Negli anni ’90, grazie al microscopio elettronico, si è scoperto che all’interno del vetro vi sono polveri d’oro e d’argento con dimensioni tra i 50 e i 70 nanometri (1.000 volte più sottili di un capello). I romani ci sono riusciti per sbaglio tentando di creare un vetro speciale, o conoscevano già le nanotecnologie?
3) IL DODECAEDRO ROMANO
Gli oggetti di bronzo che Roma non ha mai spiegato.
Ne hanno trovati più di 130 esemplari in tutta Europa, dal Galles all’Ungheria. Sono tutti uguali, tutti in bronzo e fatti con una precisione incredibile; eppure, nessun testo romano ne parla mai. Risalgono tutti a un periodo compreso tra il II e il IV secolo d.C., ma nessuno è mai stato ritrovato nella zona di Roma: tutti nel Nord Europa. Per questo oggi vengono chiamati dodecaedri gallo-romani (anche se nei luoghi di ritrovamento c’erano popolazioni britanni, sempre di ceppo celtico). Il nome deriva probabilmente dal fatto che il primo esemplare fu ritrovato nel 1739 in una villa romana ad Aston, in Inghilterra.
Descrizione dell’oggetto: è grande come un pugno (da 4 cm a 11 cm), con un peso che va dai 35 grammi fino a 1 kg (quelli più comuni pesano tra i 100 e i 150 grammi). Sono in vero bronzo; l’esemplare più perfetto è stato rinvenuto a Norton Disney, in Inghilterra, nel 2023: è composto al 75% da rame, 7% da stagno e 18% da piombo, pesa 250 grammi ed è alto 8,6 cm.
Hanno tutti 12 facce pentagonali, ciascuna con un foro di diametro differente (da 6 mm a 40 mm), e 20 palline posizionate sugli angoli. Nessuna scritta, nessun numero.
Erano oggetti preziosi, poiché sono stati trovati principalmente in tre contesti: tombe di ricchi, tesori di monete nascosti e forti militari.
La teoria più accreditata dagli storici è che potessero funzionare come una sorta di calendario astronomico/agricolo: i fori di diametro diverso servivano a misurare il diametro apparente del sole nelle diverse stagioni infilandoci all’interno un bastoncino e osservando la luce. E, in effetti, questo sistema funziona davvero! I celti erano ossessionati dal sole.
Se avete domande particolari… Basta chiederlo!

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