A CHI E COSA SCIVERESTI SAPENDO CHE TRA POCHE ORE MORIRAI?

Lettera/Testamento della Regina di Francia Maria Antonietta alla cognata Madame Elisabeth

Un articolo completamente diverso dal nostro ultimo. Pesante, ma potente. Ma vi avevamo avvertito: questo blog non è per tutti. Only the braves.

A ispirarci questo pezzo è la lettera — che qui letteralmente copiamo e pubblichiamo per voi — che Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, moglie del re di Francia Luigi XVI, scrisse circa 8 ore prima di essere ghigliottinata, indirizzata alla cognata Madame Élisabeth.

Da sola nella Conciergerie, uno dei resti più antichi del Palais de la Cité — residenza e sede del potere dei re di Francia nel Medioevo, trasformata in prigione del Parlamento di Parigi verso la fine del Trecento e rimasta un importante luogo di detenzione durante la Rivoluzione francese con l’installazione del Tribunale rivoluzionario —, la regina compose un documento straordinario. Una lettera particolare, non di poco conto, che però non venne mai consegnata alla cognata, finendo invece nelle mani di Robespierre.

Ma perché abbiamo voluto scrivere una cosa così poco “attraente”, se mi lasciate usare questa parola? Abbiamo pensato che sapere cosa abbia potuto scrivere una persona — tra l’altro una regina — pur sapendo che, di lì a poche ore, sarebbe salita su un palco per essere giustiziata, fosse qualcosa di eccezionale e tragicamente unico. Un qualcosa che, secondo noi, tutti dovrebbero avere l’interesse di conoscere.

Ma se voi non prendeste in considerazione di leggere neanche tre righe della lettera, beh, non vi giudicheremo in nessun modo. Come detto ormai più volte: questo blog non è per tutti! Only the braves! Per noi è un testo talmente travolgente che abbiamo sentito come un dovere farlo conoscere anche a chi non avrebbe mai pensato di leggerne l’esistenza.

Non commentiamo assolutamente la lettera, anche se avremmo decine di cose da dire, perché sarebbe oltraggioso e disonorevole per la persona che l’ha scritta. Lasciamo a ogni lettore la libertà di pensare ciò che vuole, che è poi la vera filosofia di questo blog.

“Questo accade il 16 ottobre alle 4 del mattino”.

La Lettera

«È l’ultima volta che scrivo, sorella mia, e scrivo a voi. Sono stata or ora condannata non a una morte vergognosa — ché tale essa non è che per i delinquenti —, ma ad andare a raggiungere vostro fratello; innocente al pari di lui, spero di mostrare la medesima sua fermezza negli ultimi istanti.

Sono calma come si è calmi quando la coscienza non ha nulla da rimproverarsi; ho un profondo rammarico di abbandonare i miei poveri figlioli; voi sapete che non esistevo che per loro e per voi, mia buona e tenera sorella; voi che, per l’amicizia vostra, avete sacrificato ogni cosa per stare con noi. In che congiuntura vi lascio! Sono venuta a sapere dagli stessi difensori del processo che mia figlia era separata da voi. Ahimè! Povera figliuola, non oso scriverle, non riconoscerebbe la mia lettera e non so nemmeno se questa giungerà a voi.

Ricevete per loro due, qui, la mia benedizione; spero che un giorno, quando saranno più grandi, potranno ricongiungersi a voi e fruire in pieno delle vostre tenere cure: pensino entrambi a ciò ch’io non ho mai smesso di ispirar loro, che i principi e il compimento dei propri doveri sono la prima base della vita, che la loro amicizia e la loro fiducia reciproca ne farà la felicità; che mia figlia senta come, all’età che ha, deve sempre aiutare suo fratello con i consigli che l’esperienza — ch’ella avrà più di lui — e la sua amicizia potranno ispirarle; ch’entrambi sentano infine che, in qualunque posizione possano venirsi a trovare, non saranno davvero felici che in grazia della loro unione.

Che prendano esempio da noi: quanta consolazione ci abbia data nelle nostre disgrazie la nostra amicizia, e nella felicità si gode doppiamente quando si può condividerla con un amico! E dove trovarlo di più tenero, di più vero che nella propria famiglia?

Che mio figlio non dimentichi mai le ultime parole di suo padre, che espressamente gli ripeto: non cerchi mai di vendicare la nostra morte.

Ho da parlarvi di una cosa penosissima per il mio cuore. So quanto dispiacere deve avervi procurato quel fanciullo: perdonategli, mia cara sorella, pensate all’età che ha e quanto è facile far dire a un fanciullo ciò che si vuole e perfino ciò che non capisce neppure. Verrà un giorno, spero, in cui egli sentirà ancor meglio il valore delle vostre bontà e della vostra tenerezza per entrambi.

Mi resta da confidarvi ancora i miei ultimi pensieri. Avrei voluto scrivere fin dal principio del processo, ma oltre al fatto che non mi si lasciava scrivere, le cose si sono svolte tanto rapidamente che in realtà non ne avrei avuto il tempo. Muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, in quella dei miei padri, in quella in cui sono stata educata e che ho sempre professata.

Non avendo alcuna consolazione spirituale da attendere, ignorando se qui esistono ancora preti di questa religione — senza contare che il luogo in cui sono li esporrebbe troppo anche se vi entrassero una volta soltanto —, chiedo sinceramente perdono a Dio di tutte le colpe che ho potuto commettere da che sono al mondo. Spero che nella sua bontà vorrà benignamente accogliere gli estremi miei voti, così come quelli che ho fatto da gran tempo ormai, perché voglia riconoscere la mia anima nella sua grande misericordia e nella sua bontà.

Chiedo perdono a tutti coloro che conosco, e a voi, sorella mia, in modo particolare, di tutti i dispiaceri che, senza volerlo, potessi avervi cagionato. Perdono a tutti i miei nemici il male che mi hanno fatto. Dico qui addio alle mie zie e a tutti i miei fratelli e sorelle. Avevo degli amici: l’idea di esserne separata per sempre e le loro sofferenze sono uno dei miei più grandi dolori che porto meco morendo; sappiano almeno che, fino all’ultimo istante, penso a loro.

Addio, mia buona e tenera sorella; possa questa lettera giungere fino a voi! Pensate sempre a me, vi abbraccio e bacio con tutto il cuore, così come quei poveri e cari figliuoli. Quanto è straziante, mio Dio, abbandonarli per sempre! Addio! Addio!

Ora non mi occuperò più che dei miei doveri spirituali. Siccome non sono libera delle mie azioni, mi condurranno qui, forse, un prete che ha fatto il giuramento, ma io protesto che non gli dirò una parola e che lo tratterò come un essere assolutamente estraneo.»

Noi l’abbiamo trascritta alle 04:00 AM, quasi con le lacrime sulla carta. Solo i coraggiosi la leggono tutta.

P.S.: In alcuni passaggi del testo originale, alcuni storici hanno voluto leggere un messaggio di addio a Fersen (ci sono scritti che proverebbero essere stato l’amante della regina), ma tale ipotesi appare alquanto soggettiva. Sembra invece accertato che la macchia visibile sulla lettera sia semplicemente una lacrima caduta a Maria Antonietta, che ha diluito l’inchiostro.

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